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domenica 29 novembre 2009

L'amore è incomprensibile ma i suoi segni sono inequivocabili.
Should've never laid my yes on you.
I'm tangled up.. what can I do?
L'amore non si risolve, si vive e si affronta. Dalla sua nascita alla sua morte.
E' così assurdo quello che succede che ormai nessuno lo capisce, nessuno è in grado di leggermi.
Devo riabilitarmi. Oppure smascherare una volta per tutte l'inghippo che a questo punto deve per forza esserci.
Questa cosa non è one-sided.

sabato 24 ottobre 2009

Caos vs 電



I Veltpunch sono una delle mie band preferite di tutti i tempi. Li ho conosciuti come ho conosciuto altre band j-rock, ovvero grazie alla opening di un anime che seguivo un annetto fa, Nabari no Ou . Serie molto intensa. La opening era appunto una canzone dei Veltpunch, "Crawl", tratta dall'ultimo "Paint your life gray". I veltpunch sono un gruppo sconcertante, nel senso che il loro rock è apparentemente privo di regole. Melodie accattivanti e orecchiabili si mischiano a momenti noise, vagamente metal, chitarre armonizzate, code lunghe anche 7-8 minuti in cui suoni più o meno particolari accompagnano chitarre sferraglianti e le due voci, maschile e femminile, che si rincorrono. E' difficile descrivere i Veltpunch, sono uno di quei gruppo che in Giappone sono venuti fuori da pochi anni, seguendo la grande onda del visual rock e dell'immaginario gothic. Sono uno di quei gruppi che spiccano proprio per il rifiuto della appariscenza. Sembrano banalissime persone normali, come noi. I loro testi sono spesso assurdi, difficilmente comprensibili, nel consueto mix tra inglese e giapponese al quale ormai questi gruppi ci hanno abituati... Io trovo nella loro musica la rappresentazione di una complessità inenarrabile. I veltpunch usano un linguaggio quotidiano e schizofrenico per esprimere sentimenti e situazioni tratte dalla vita reale. Sono un gruppo foriero di quella che io definisco "esteticadellapioggiachebattesuifinestrinidell'autobusaffollatomentretornidall'universitàeseistanco". Nei loro momenti psichedelici trovo gioia di vivere e, non so come, l'enunciazione della bellezza delle cose più piccole e stupide.

Consigliatissimi.

giovedì 22 ottobre 2009

Il giorno che l'edonista perse l'occhio destro

Una canzone troppo veloce fa accavallare le parole, col risultato che le idee si confondono e sovrappongono le une sulle altre. E' il dramma di chi scrive post sul proprio blog sempre e solo ascoltando musica. A volte mi domando cosa ne sarebbe delle nostre più ispirate dissertazione se togliessimo ogni parola che senza l'intervento maieutico della musica non sarebbe mai sgorgata.


La mia pioggia di Agosto ha lasciato spazio allo spotless sunshine settembrina. Adesso piove di nuovo, più forte che mai. La pioggia è densa, anche se magari non violenta. La pioggia densa, chi si muove in motorino lo sa, è una vera disgrazia perché ottunde i contorni delle cose, impedisce la visione.

Non penso di avere più le necessità che mi spingevano a tenere vivo questo blog qualche mese fa; allora aspettavo, in attesa di tuffarmi in un nuovo periodo di vita, in attesa di vedermi passare davanti la chance di fare mio un mondo, di propormi a un gruppo di persone, di conoscerne una e scoprire se, come qualcosa dentro di me sussurrava a gran voce, poteva davvero essere la protagonista di una sorta di profezia, il catalizzatore di un cambiamento. Allora non vivevo, ma osservavo la vita e tentavo, con tutti i limiti del caso, di capire come avrei voluto che fosse la mia, basandomi su tanti esempi, ma soprattutto affidandomi all'irrazionale intuizione della prima impressione. Sicuramente, non ho fallito. Ma se è vero che sono stato capace di fare grandi sforzi per recuperare esperienze (e il tuo Dio solo sa quanto ti sono grato), iniziare a correggere unità disfunzionali, meccanismi di base... E' altrettanto vero che non esistono profeti e profezie e che ciò che ottieni dagli incontri dipende in gran parte dal contesto nel quale si svolgono. C'è un momento in cui hai bisogno di bere, e allora senti il sapore dell'acqua. Se bevi e non hai sete, l'acqua è un rivolo freddo nell'esofago.

Conquistare è più facile che mantenere. Perché per mantenere qualcosa che ha a che fare con le altre persone - con gli amici, potremmo sicuramente dire - significa soprattutto abbandonare definitivamente la parte del conquistatore, e non illudersi di potersi elevare ad amministratori delle colonie conquistate. Si conquistano nicchie umane anche perché quasi sempre la conquista è reciproca. Il dramma, per uno come me, fondamentalmente egocentrico e dotato di una visione competitiva dei rapporti umani, è accettare che di assoluti non si possa vivere. Ma nemmeno morire. Mi è difficile vedere le cose andare in direzioni in cui il centro di gravità non coincida col mio baricentro. Mi è difficile accettare attacchi ad una leadership che in realtà non esiste, nè dovrebbe esistere. Non è esattamente quello che si potrebbe definire essere possessivi, ma in qualche modo è simile. Il bisogno di essere insostituibile per le persone che contano nella mia vita.

Voglio imparare a capire che il centro di gravità non coincide mai col baricentro di nessuno. L'edonista dovrà perdere il suo occhio destro.

domenica 23 agosto 2009

La mia pioggia di agosto pt1

Io sono contento per tutti. Non provo invidio per il successo e le glorie dei miei amici, così come non vorrei che loro non ne provassero per me. La gente che devi cercare di tenerti vicina fino alla fine e per la quale puoi pensare di sacrificare qualcosa di indispensabile è quella che riesce a starti vicino e ridere con te quanto cavalchi l'onda del successo e della fortuna: chi riesce ad essere felice per te. E per essere felici per qualcuno penso che sia necessario anzitutto essere in pace con sé stessi. Avere la coscienza pulita. E questo non vuol dire sentirsi realizzati o essere felici. E quindi ecco, io sono felice per tutti. Sono felice per chi finalmente è riuscito a superare una grande delusione e, contro ogni pronostico, ha trovato l'amore, o qualcosa di simile. Sono felice per chi è riuscito finalmente a soddisfare il proprio bisogno di avere qualcuno da amare e adesso si può guardare allo specchio vedendosi un po' più realizzato. Sono felice per chi ha avuto il coraggio di mettersi in gioco lontano da casa, perché magari non si riposerà durante queste vacanze, ma tornerà carica di qualcosa di impagabile che le leggeremo negli occhi al suo ritorno. Sono felice per chi, ancora più lontano, continua a cercare una raison d'etre vincendo le inerzie. Sono felice per chi ritiene di aver trovato la dimensione in cui sviluppare il proprio personaggio da recitare per tutta la vita. Sono felice per chi vive il suo simil-matrimonio giorno dopo giorno trascurando gli amici spesso e volentieri. Sono felice per chi, emergendo dall'oceano in cui ci si immerge per cercare nuove identità, ha intravisto una possibilità. 

E questo perché si può scegliere a cosa dare retta. E' verissimo che quando tutti intorno a te sembrano felici o realizzati - eccetto te, chiaramente - il successo altrui diventa la lente di ingrandimento che ti schiaffa in pieno viso i tuoi fallimenti, le tue carenze, l'afterburn della sconfitta che stai subendo, o semplicemente della tua incapacità di vincere l'inerzia della tua esistenza attuale.  Ma c'è di più... Negli occhi degli altri che guardano ad un futuro ricco di promesse, in queste situazioni si specchiano i nostri timori per il futuro, la nostra angoscia per un futuro che ci immaginiamo di solitudine e abnegazione. Totale mancanza di realizzazione, sotto tutti i punti di vista. Diciamolo quindi: il successo altrui può essere estremamente irritante e può spingere all'allontanamento. D'altra parte, però, anche la saggezza di Scrubs ci insegna che "alla fine quello che conta è essere veramente orgogliosi della decisione che si è presa". Per questo, la mia scelta è quella di capire che la sensazione di benessere che mi deriva dalla visione di un amico che sorride - per merito mio o di qualcun altro -  è assolutamente vitale, di dare ascolto alla voce che dice che, in fondo, la voglia di emulazione fa miracoli e risveglia dal coma. Il successo altrui può essere lo stimolo per costruire il nostro. E un amico che si allontana è un dolore capace di sommergere la maggior parte delle gioie che la vita regala. E questo sarebbe imperdonabile.

Però, amici miei, adesso è il momento che io smetta di giocare in difesa. Adesso devo attaccare anch'io. 

venerdì 31 luglio 2009

Possiamo negarlo recisamente. E' talmente fisiologico il rifiuto di quest'idea che spesso sembra più naturale non parlarne. 

Tutti siamo alla costante ricerca di un posto. In senso lato. Nell'accezione che voglio considerare, il posto è piucchealtro un insieme di cose più o meno fondamentali ma tutte necessarie alla definizione di questa nicchia. Il posto è un intorno formato da persone, luoghi, attività, progetti, condizioni adatte allo sviluppo della propria persona e alla realizzazione di idee, a garantirsi quindi - questo, quando si è adulti - il benessere economico sufficiente a mantenere in vita i propri propositi. A 20 anni, probabilmente, il posto è formato soprattutto da luoghi e persone. Il discorso, però, non si riduce all'ennesima disquisizione sull'importanza del gruppo di amici e sulla necessità di puntare sulle interazioni sociali; in realtà è più interessante la dinamica del posto. Nessun posto è definitivo: come mutano le interazioni tra individui che lo compongono, con conseguente, alterazione degli equilibri, così mutano i "posti". E nella vita si cambia posto parecchie volte, forse continuamente. E' intuitivo che questo accada più spesso quando si è piccoli, e man mano che si va avanti si tende sempre a consolidare lo status quo che si è stabilito spontaneamente negli anni formativi. Da un lato è bello arrivare ad essere adulti e riuscire poi a mantenere in vita lo stesso posto per molti anni, spesso anche fino alla fine. 
Personalmente, però, trovo che sia bello anche essere capaci di migrare spesso, mantenendo la capacità di ascoltare i propri bisogni che sempre mutano, senza adagiarsi nella condizione di chi, ormai adulto/vecchio, diventa sordo al cambiamento o, peggio, impara ad ignorare questo bisogno. Però, non sono neanche per lo stare in diversi posti contemporaneamente. L'unico effetto di questa condizione è il non essere mai realmente in alcun luogo.

lunedì 29 giugno 2009

La cartina della Luna


月の地図を待とう

Perché aspettare sarà anche da idioti, ma arriveremo prima o poi.

sabato 27 giugno 2009

In morte del Re - We are Rockstars

Esordirò nel modo più urticante e massimalista possibile: della morte di Michael Jackson m'importa più o meno quanto m'importava dell'esame di statistica del primo anno. Che tra l'altro è "statistica medica", come se la materia fosse sottoposta a chissà quali eccezioni per via del suo indirizzo "medico". Insomma non provo alcun tipo di sentimento nei confronti della scomparsa dell'ex nero Michael Jackson; d'altra parte le sue canzoni non mi sono mai piaciute e ho sempre trovato il Moon Walk un'inutile mollezza, come gran parte dei balletti. Però, devo ammettere che era piuttosto bravo, senza dubbio. Quand'ero piccolo lo confondevo spesso con Prince che, ecco, secondo me ha tutt'altro spessore dal punto di vista artistico ed umano - se non altro ha avuto la decenza di rimanere nero e di prendere in mano una cazzo di chitarra e scrivere l'intro di Purple Rain. Che su youtube non si può più ascoltare perché il caricamento di qualsivoglia video, secondo la casa discografica, lede i diritti e bla bla bla. 

Insomma, Jacko è morto perchè sostanzialmente si drogava da 20 anni di Demerol, Vicodin, e tutta questa gente che nella vita si diverte ad assomigliare alla morfina e a scacciare via il dolore. Tra l'altro, vi pare una cosa plausibile chiedere ad un povero Cristo che a 50 anni non si alzava nemmeno più dalla sedia di fare 50 concerti? Cioè, l'idea fa sorridere, chiaramente, ma a quanto pare c'era chi ci stava davvero buttando dei soldi. E lui che era indebitato fino al collo doveva ovviamente fare di tutto per far cassa. Bah, poveraccio. Non ho mai condiviso la sua ossessione per la chirurgia estetica, il fatto che sia diventato bianco da nero che era (ed era anche un bell'uomo, peraltro). Alla fine era raccapricciante, pare che indossasse anche una parrucca. Guardando le foto degli ultimi anni sembra, come dire, finto. Un manichino, un  corpo imbalsamato, sì ecco, uno di quei santi imbalsamati ed esposti nelle teche dei macabri cattolici. Mi faceva abbastanza ribrezzo e tanta tristezza. Mi sono sempre chiesto: ma come cresceranno i suoi bambini? Probabilmente cresceranno nè peggio nè meglio di tanti altri. Resta il fatto che io un padre così non lo vorrei. Oh. Poi il discorso della pedofilia... Chissà, era vero? Credo che non lo sapremo mai. 

Poi c'è quell'altra mummia. Quella italiana. Berlusconi, insomma. Mi rendo conto di essere stato molto stupido e poser ad aver pensato che dietro agli scandali che lo stanno colpendo ci potessero essere i fantomatici "poteri forti", tipo i servizi segreti americani o chissà cos'altro. Stavolta è stato Travaglio a darmi una sonora lezione. Effettivamente questa non è altro che la decadenza di un povero coglione un po' perverso che, perso il senso del limite, si è portato in casa senza la minima precauzione gente che in tutta tranquillità ha fatto foto, registrato video e conversazioni. E dunque si è reso ricattabile. Estremamente debole, inaffidabile. Insomma, dovrebbe davvero dimettersi stavolta. Anche se non vi nascondo che mi sto divertendo molto. Dopo le moldave vestite da babbo natale e le ragazze sulla giostrina, sarei molto curioso di vedere cos'altro faceva Silvio con le sue ospiti.

Sto per dare Anatomia, l'esame finale. Sono preparato, molto. Ma ho paura. Perchè fondamentalmente, alla fine dei giochi, non accetto di essere da meno nei confronti degli altri. Non accetto l'idea che si possa avere sfortuna, che ogni esame faccia storia a sé, che non arrivare al top possa essere normale e non drammatico, che la differenza tra prendere, chessò, 30 o 25 può risiedere solo nel professore che ti interroga e nelle domande che ti fa, a parità di preparazione. E soprattutto non voglio capire che alla fine, non cambia un cazzo. Sono simpatico? Sarò simpatico in ogni caso. Sono una merda? Continuerò ad esserlo. Perdo i capelli? Certo non mi ricresceranno a suon di 30. Semplicemente, non cambia un cazzo. E' un orpello che ritengo di dover esibire per essere all'altezza delle mie stesse aspettative e per avere il controllo su chi mi sta intorno. Ora però mi ribellerò a questo sistema, mi fa stare troppo male e non mi porta da nessuna parte. Si lavora meglio quando si lavora di umiltà e passione. L'umiltà ancora devo impararla, sicuramente, anche se l'aspetto arrogante che ogni tanto assumo è in buona parte una posa parodistica. La passione, invece, per fortuna non mi manca. Anzi, direi che mi sta dando da vivere da un anno a questa parte.

Infine l'aspetto sociale. Che bello. Ultimamente tra dialoghi, scambi di mail, giornate, serate, ho la netta percezione di starmi circondando di gente di valore. Soprattutto perché mi vuole bene e si fa volere bene. E questo invece cambia. Cambia tutto.

Oh, sono poi in attesa di svolte sentimentali. Attualmente l'orizzonte mi sembra quantomai sgombro da qualsivoglia possibilità. Certo, anch'io dovrei decidermi e pervenire ad un accordo provvisorio con la mia sexuality, ma alla fine va sempre a finire che, più che gli intenti e i proponimenti, a fare la differenza sono gli ormoni e il sistema limbico. D'altro canto, però, è altrettanto vero che essere sgombri da aspettative è molto spesso il preludio alla possibilità di dare inizio a qualcosa di nuovo. Chiaramente senza la minima garanzia che funzioni.

venerdì 19 giugno 2009

THX





 E c'è chi si lascia guardare fino in fondo agli occhi, alle volte.

domenica 14 giugno 2009

Diventerei




When I see you I'm afraid

giovedì 11 giugno 2009

Ain't picture perfect but that doesn't mean a thing

Nell'apparente normalità di una condizione acquisita, di una vita che scorre su nuovi binari, rieccola. E' quando tutto si stanca troppo, quando le parole sono state ripetute una volta di troppo, o quando si è semplicemente persa l'occasione per parlare. Quando manca la voglia, in fondo. Quando si vorrebbe solo dormire. E invece, la mattina è sull'8. E i libri, le pagine che non passano mai e l'ansia di non farcela. E poi c'è il senso del termine, della dispersione umana, il prendere coscienza che a far stare insieme la gente è, in fondo, soprattutto la costrizione casuale della routine. Ma questa è la realtà, è l'aspetto quasi lapalissiano delle cose. Il senso della vita è tutto quello che c'è sotto, la risacca inesauribile che fa quel rumore la sera, quando tutti tornano a casa con l'ombrellone in spalle e gli asciugamani umidi, la pelle beffata dal vento che copre i misfatti del sole. Oddio, questo è come un tramonto sul mare, quei rumori, quelle persone, quel colore che hanno i ricordi. Il senso delle cose è un po' come tutto questo, come un tramonto che si ripete ogni istante, imprigionato quasi per sbaglio nell'anima del genere umano. 


Odio la stanchezza e la noia perché mi rubano il senso delle cose. Mi fanno sembrare tutto pesante e inutile, inconcludente, mi fanno desistere dall'approfondimento. E poi c'è la perplessità, la possibilità di provare la peggiore delusione, il non riuscire a capire quello che gli altri ti vogliono comunicare, la nostalgia, la voce in capitolo, i discorsi strani, le facce che non la raccontano giusta, la bussola che perde il nord.

Voglio andare a Kyoto.